30 Settembre 2016 • Recensione

RECENSIONE – Phoenix Wright: Ace Attorney – Spirit of Justice (Nintendo 3DS eShop)

Come ben sapete, il Nintendo DS è stata la casa per una miriade di giochi memorabili, in grado di sfruttare l’hardware della console per presentarci esperienze uniche ed originali. Tra l’immensa libreria di titoli a disposizione,  una saga in particolare riesce a prevalere rispetto a tutte le altre per me: parliamo di Ace Attorney.

Originalmente uscito nel 2001 per GameBoy Advance e Windows PC, il primo capitolo della allora neonata ip di Capcom riscosse un successo abbastanza inaspettato, rimanendo però confinato al territorio giapponese. La situazione cambiò nel 2006: grazie alla crescente popolarità che stava man mano guadagnando la portatile Nintendo fornita di due schermi, la serie sbarcò finalmente in Occidente, accompagnata con delle versioni rivedute e corrette dei giochi originali. Da lì in poi il nome Ace Attorney è diventato un pilastro portante della casa del robottino blu, sfornando numerosi sequel, spin-off, ma anche fumetti, un cartone animato e perfino un film in live action.

Il punto di forza della serie sono le sue bizzarre premesse: Phoenix Wright è un avvocato difensore capo della “Wright Anything Agency”, un’agenzia specializzata in legge e culotte magiche, il quale, accompagnato dai suoi due apprendisti Apollo Justice ed Athena Cykes, si dedicherà ai casi più assurdi e contorti in circolazione, non fermandosi di fronte ad alcun ostacolo pur di dimostrare l’innocenza del proprio cliente. Durante le nostre avventure legali avremo a che fare con personaggi strampalati, ma anche terribili procuratori, interessati ad avere a tutti i costi un verdetto di colpevolezza, che renderanno i nostri processi  delle coreografie così emozionanti e piene di colpi di scena che in confronto i Power Rangers fanno pena.  Il miglior modo per descrivere il gioco ad un neofita è  presentarlo come un mix tra “Detective Conan” e “La Signora in Giallo”, con la differenza che, invece di risolvere i casi per incolpare l’accusato (c’è lo spin-off Investigations per quello), dovete proteggerlo rivelando il vero artefice del delitto.

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Che Capcom stia velamente intendendo di voler proseguire la saga almeno fino al 2026?

Nella seguente recensione tratteremo il sesto ed ultimo capitolo dell’epopea, il tanto atteso Phoenix Wright: Ace Attorney – Spirit of Justice. Fin dall’annuncio questo nuovo titolo è riuscito ad ottenere l’interesse dal pubblico grazie al ritorno di personaggi storici tanto amati dai fan (coff coff Maya coff coff). Io stesso ho contato i giorni che ci separavano dalla fatidica data d’uscita del gioco, ma finalmente ho potuto metterci le mie fetenti manacce addosso. Quindi, dopo ben 45 ore di gioco consecutive, è arrivato il momento di vedere cosa ci riserva questa nuova avventura del difensore dai capelli a porcospino e, sopratutto, se ha raggiunto le mie aspettative.

Il Regno delle MagiMagie

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Con una situazione del genere, qualunque procuratore sarebbe in grado di macinare una vittoria dopo l’altra

Appena avviata una nuova partita, il gioco ci introduce per mezzo di una cutscene (di qualità mille volte superiore alla serie animata) al misterioso Regno di Khura’in, una nazione Orientale dove la politica e la religione si fondono completamente. Il culto della “Holy Mother”, un’ignota figura che si dice possegga enormi poteri spirituali, è seguito dall’intera popolazione in maniera maniacale, diventando parte della loro vita quotidiana. Ne risente il Sistema Giudiziario che, condizionato da un incidente avvenuto 23 anni fa, si affida esclusivamente ai procuratori e la “Pool of Souls” (Vasca delle Anime). Si tratta di un rituale attuabile solo dalla principessa reale, in grado di poter far visionare gli ultimi istanti di vita della vittima, accompagnati dalle sensazioni provate in quel fatidico momento. Ad aggravare la situazione per gli avvocati, già derisi e maltrattati nel regno, c’è il “Defense Culpability Act”, una legge che impone al difensore di avere la stessa pena inflitta all’accusato nel caso in cui non riesca ad ottene un verdetto di non colpevolezza. Non tutto il popolo però è favorevole alla situazione attuale, come dimostra la banda di ribelli Defiant Dragons, un gruppo terroristico impegnato a ribaltare l’attuale monarchia con lo scopo di far ritornare il paese alla gloria di un tempo. In questo enorme inghippo nazionale troviamo il protagonista, Phoenix Wright, intento a recarsi proprio presso il Regno di Khura’in per reincontrare dopo anni Maya Fey, una medium, nonché ex-assistente dell’avvocato, impegnata a concludere il corso per diventare maestra spiritica.  A causa di numerose coincidenze o scelte del fato (o sadicità degli autori) saremo costretti ad avere a che fare con le magagne legali del tribunale locale e trovarci nel mezzo di una vera e propria rivoluzione.

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Prima di iniziare , il titolo impega 15 di minuti per introdurre Kura’hin, una caratteristica non digeribile dai più impazienti

Come si può intuire, la narrazione è un elemento chiave della serie che va di pari passo col gameplay, presentando nel corso delle vicende una mole impressionante di dialoghi (Non al livello di Dragon Quest 7, ma siamo lì). In aggiunta, causa scarso numero di vendite in Europa, Capcom già dallo scorso capitolo ha deciso di localizzare i titoli esclusivamente in Inglese, privandoci della presenza di un adattamento italiano. Parliamo comunque di una traduzione  semplificata e ben fatta (typo occasionale a parte), assente di parole ricercate o frasi complesse, rendendola accessibile a chiunque mastichi un minimo la lingua anglofona.


Conseguente la natura del gioco bisogna citare la Sceneggiatura: si tratta di una delle meglio riuscite da Shu Takumi, il creatore e scrittore della serie. Seppur io non sia per nulla appassionato di misticismo (molto presente in questo capitolo), le vicende non risultano monotone o stucchevoli: la storia raggiunge infatti il giusto equilibrio tra credibilità e fantasia, senza mai risultare troppo ridicola. I protagonisti presentano un’ottima caratterizzazione ed interagiscono bene tra loro, regalando dialoghi divertenti e memorabili, ma anche sviluppi inaspettati, in pieno stile Ace Attorney. Durante le ore di gioco saranno presenti citazioni agli altri capitoli della saga, nonché, come già scritto in precedenza, ritorneranno un buon numero di personaggi classici. Queste leggere forzature risultano come  una sorta di innocuo fanservice, di sicuro apprezzato dagli appassionati, ma, allo stesso tempo, in grado di impoverire una parte dell’esperienza ai nuovi giocatori. Pertanto,  chiarito che il nuovo Ace Attorney è un punto focale per lo sviluppo della serie da questo momento in poi, consiglio a chi vuole buttarsi per la prima volta nel mondo degli avvocati di Capcom di non iniziare con questo sesto capitolo, ma piuttosto giocare da Phoenix Wright: Ace Attorney Trilogy, Phoenix Wright: Ace Attorney – Dual Destiny, tutti e 2 disponibili nell’eShop 3DS, oppure i primi tre classici disponibili su WiiWare.

Tra investigazioni e contraddizioni

Se dal lato narrativo Phoenix Wright: Ace Attorney – Spirit of Justice riesce a dare il meglio di se, dobbiamo ricordarci che parliamo pur sempre di un videogioco e pertanto tutta la baracca si regge in piedi a patto che il gameplay  offerto sia valido. Ma effettivamente, di che genere di gioco stiamo parlando? Ace Attorney è una visual novel, una molto particolare, in grado di unire al suo interno elementi tipici delle avventure grafiche (quelle belle, non i film della TellTale), permettendogli di sorpassare le limitazioni imposte dal suo stile di gioco per offrire un’esperienza unica rispetto alla concorrenza. L’avventura si suddivide in due grandi sezioni principali, Investigazione e Tribunale; ciascuna si discosta dall’altra per approccio e modus operandi. Durante le Investigazioni saremo occupati ad esplorare le scene del crimine, potendo muoverci da un luogo all’altro senza alcuna restrizione e parlare con i vari testimoni a disposizione. Domanderemo loro informazioni o mostreremo qualcosa in particolare (come un biglietto), allo scopo di ricavare le prove necessarie per dimostrare l’innocenza del nostro cliente.

Se non sapendo da dove iniziare tutta questa libertà vi sconforta, oppure siete ritornati a giocare il titolo dopo un periodo abbastanza lungo da esservi scordati il da farsi, non preoccupatevi: potete selezionare in ogni momento dal Court Record la sezione Notes. Si tratta, letteralmente, di una lista della spesa, dove vengono indicati gli obiettivi completati e quelli che dobbiamo svolgere, accompagnati da una breve descrizione del caso in questione, così da non essere costretti a dover ricominciare l’episodio da capo.

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Grazie al nuovo motore 3D, sarà possibile esplorare la stessa zona in angolazioni differenti, rendendo più varia la nostra ricerca

Per smorzare un po’ la monotonia saranno presenti delle indagini scientifiche, dove ci concentreremo ad analizzare un oggetto in particolare alla ricerca di impronte digitali, macchie di sangue o qualche dettaglio insolito al suo interno. Per quanto la trovi un’ottima idea, già testata nei capitoli precedenti, posso definire queste parti senza dubbio come le più noiose dell’intera esperienza, tutto a causa di una piccola complicazione: i controlli. Quando entreremo in questa modalità avremo davanti a noi solo la prova in questione, potendo cambiare l’inquadratura o alzare/abbassare la telecamera, allo scopo di applicare qualche sostanza, oppure andare alla ricerca di chissà cosa. Per quanto a prima vista appaia semplicissimo, noterete fin da subito che la telecamera non è delle migliori, portandovi spesso a perdervi tra le varie inquadrature. C’è da dire che in nostro aiuto è possibile resettare il tutto, tornando al punto di partenza, ma alla 10° volta che ricomincia da capo inizierete un po’ a stancarvi. Non aiutano i due schemi di controllo: uno touch, dove il pennino sarà il nostro unico comando principale per tutto creando solo confusione, l’altro con la pulsantiera, dove al contrario verranno usati tutti i bottoni a disposizione nel modo più contorto possibile. La soluzione più comoda che ho riscontrato è usare una via di mezzo tra i due, muovendosi con l’analogico e compiendo azioni con il pennino, ma rimane comunque abbastanza astruso.

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La musichetta di sottofondo diventerà presto odiosa come poche cose.

Il SuperAvvocato di 4° Livello

Compiute le nostre indagini, ricavate le nostre amate prove e studiato un piano d’attacco, è arrivato il momento decisivo, la battaglia tra bene e male: il processo in tribunale. Se prima l’unica vera sfida era clickare di continuo sullo schermo, nell’attesa di scoprire qualcosa di rilevante per il caso, ora dobbiamo sfruttare tutto ciò che abbiamo imparato a nostro vantaggio. Da questo momento il gioco prende una piega diversa, ricollegandosi più alle visual novel da cui origina: solo dialoghi e scelte ci aspettano da questo momento in poi. Per dimostrare l’innocenza del nostro cliente, sarà necessario assistere alle deposizioni dei testimoni, rappresentate come un’insieme di dichiarazioni che possiamo selezionare a nostro piacimento. Da lì in poi bisogna rileggere minuziosamente parola per parola ogni affermazione ed incalzare dov’è possibile, allo scopo di ricavare un maggior numero di informazioni. Trovata la falla in una delle frasi, possiamo sollevare un’obiezione, mostando la prova contraddittoria, così da sbattere in faccia a giudice e compagnia una fetta, fragrante e rumorosa, di giustizia. Naturalmente, il procedimento non sarà sempre lo stesso: gli avvocati della “Wright Anything Agency” avranno altri assi tra la manica, come il bluffare o rigirarsi a proprio piacimento il processo, rivelando tra delle teorie a disposizione che ci vengono offerte, la più plausibile. Nel caso in cui presenteremo una prova errata, o l’ipotesi proposta fa acqua da tutte le parti, verrà penalizzata la nostra credibilità, rappresentata da 5 badge in alto destra. Perse tutte il giudice non vedrà motivo per continuare il processo e sarà Game Over. Nei casi estremi, dove non sembra esserci una via d’uscita per l’imputato, non abbiate paura, ognuno dei protagonisti possiede il suo gingillo speciale personalizzato con cui poter cambiare le sorti dell’udienza: Phoenix, grazie al suo amuleto “Magatama” è in grado di rivelare le verità occultate dai personaggi, rappresentate da dei lucchetti; Apollo ha un bracciale dal potere di enfatizzare i tic che compie una persona quando è nervosa; Athena è in grado di compiere delle sessioni teraupetiche dove le asserzioni dei testimoni saranno le emozioni descritte dal loro tono di voce. Insomma, più che difensori stiamo parlando di veri e propri supereroi della legalità, forse fin troppo. Infatti, il gioco mostra chiaramente come non riesca a bilanciare questa quantità schiacciante di poteri, usandoli solo saltuariamente in alcuni momenti specifici e prediligendo la “Pool of Souls”.

Visto che ci siamo, parliamo più approfonditamente di questa nuova meccanica, cavallo portante di Spirits of Justice: si tratta, essenziamente, di una versione glorificata delle sessioni di Athena, dove le emozioni saranno sostituite dalle sensazioni provate dalla vittima (tatto, vista, odore). Per farlo capire meglio ai nuovi arrivati, è un filmato che possiamo rigirare a nostro piacimento, accompagnato da delle scritte sovrapposte, rappresentanti le percezioni delle vittime, e una descrizione dell’accaduto da parte della principessa, posta nello schermo sottostante. Bisognerà notare le sensazioni presentate e , sopratutto, con che intensità vengono provate dalla vittima, relazionandole con quanto è stato narrato nell’accaduto. Trovata la magagna, basterà selezionare la contraddizione in questione, accompagnandola però dal giusto pezzo di descrizione, altrimenti conterà come errore.

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All’inizio risulterà un po’ macchinoso giostrarsi tutti e 2 gli schermi allo stesso momento, ma ci si adatta velocemente

Alla fine della fiera non c’è molto altro da dire: questo è tutto il gioco, niente di più, niente di meno. Tra gli episodi ci saranno dei cambiamenti nella formula generale, aggiungendo o levando qualcosa, e la trama risulta sempre sul pezzo, dandoci quell’incentivo in più per continuare a ripetere le stesse manzioni. Si potrebbe quasi dire che è un po’ ripetitivo, ma è una conseguenza del genere di cui fa parte e personalmente non lo vedo un problema così enorme.

 

Una passeggiata legale

Ciò che non mi è andata giù è stata la difficoltà. Rispetto alla trilogia originale quest’avventura mi è risultata più come un tour per la DisneyLand Giudiziaria che una sfida. Non mi lamento tanto per aver reso inutile il Game Over, permettendoci di ricominciare da dove si era rimasti con tanto di credibilità ricaricata. Potrebbe risultare fastidioso, se non fosse che la saga ha sempre permesso di salvare e ricaricare la partita in ogni momento, facendolo risultare un problema inesistente in partenza. La Consultazione (SuperGuida di turno) non si impone più di tanto, appare dopo che hai compiuto due errori e se selezionata ti indirizza direttamente alla frase dove si trova la contraddizione: nulla di invasivo, totalmente evitabile con del sano autocontrollo ed utilizzabile per chi è interessato solo a seguire la storia senza sbatterci la testa.

Ciò che veramente mi ha fatto girare il distintivo sono state certe implementazioni nella sceneggiatura. La caratteristica principale che contraddistingue Ace Attorney da qualunque altro format poliziesco è come tu giocatore sia in grado di dedurre da solo la verità, riuscendo a rigirare il caso e salvare il tuo cliente. Non c’è nessun particolare “sfuggito” che il protagonista di turno ti fa notare alla fine della puntata, è tutto lì, sei tu che devi scoprire come usarlo. In questo capitolo ho notato come praticamente sempre gli sceneggiatori ti tengano per mano, dandoti di continuo aiuti. Comprendo che un episodio duri in media sulle 3 ore, e di certo non tutti sono in grado di giocarlo in una sola sessione; a prima vista la scelta di mettere dei flashback per ricollegarti ad eventi passati sembra quindi ragionevole.

Allo stesso tempo però voglio far notare come siano disponibili le Notes ed un registro che racchiude tutti i dialoghi avvenuti fino a quel momento; pertanto vedere un flashback di qualcosa che è successo pochi minuti prima, magari ripetuto di nuovo nel corso del caso più volte, mi provoca solo alienamento dall’esperienza di gioco e frustrazione. Se non bastassero questi inutili collegamenti, in grado solo di allungare un brodo già abbastanza lungo di suo, si viene costantemente aiutati anche per quanto riguarda le deduzioni. Ho odiato come molto spesso al momento di compiere una qualsiasi azione importante, l’aiutante debba per forza darci delle indicazioni sul dove andare a parare. Mi fa solo sentire come se per il gioco venga ritenuto come un’idiota e debba essere costretto a sorbirmi qualche dialogo di pappardella ovvia prima di poter rispondere ad una domanda di cui sapevo già la soluzione. Naturalmente non succede sempre, ma quando avviene l’ho trovato veramente fastidioso.

L’uniforme splendente

Aprendo una breve parentesi sul lato tecnico del gioco, Phoenix Wright: Ace Attorney – Spirits of Justice risulta nient’altro che una versione più grossa e massiccia del suo capitolo precedente Dual Destiny. Graficamente parlando, il gioco è uno dei migliori su 3DS, mostrando modelli poligonali chiari e distinti senza nessuna sgranatura con una colonna sonora che accompagna perfettamente donando musiche ben caratterizzate e memorabili, seppur riprende qualche brano dal passato. La scelta di portare la serie in un ambiente 3D ha permesso di sviluppare animazioni più fluide e complesse: grazie alla telecamera è infatti possibile dare origine a scene di stampo action, senza necessitare di ridisegnare di continuo gli sprite. Il frame ne risente un pochino durante momenti dove c’è una maggiore mole poligonale, ma è un problema limitato solo ai 3DS classici, i New reggono il gioco in maniera perfetta.

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Angolazioni del genere con gli sprites ce le potevamo solo sognare

In conclusione, Phoenix Wright: Ace Attorney – Spirits of Justice è un capitolo validissimo della saga degli avvocati di Capcom e, seppur risenta di qualche problema qua e là, l’ottima presentazione e la sceneggiatura lo rendono un titolo obbligatorio per i veterani della serie che vedranno questo capitolo come una ventata di aria fresca ed il punto di inizio per le nuove avventure che andranno a seguire.

Viva la revolución/10

  • Storia fresca ed originale, accompagnata da personaggi memorabili.
  • Variazioni nel gameplay principale.
  • Tecnicamente perfetto.
  • Gameplay troppo semplificato.
  • Sezioni di indagine scientifica noiose e contorte.
  • Esclusivamente in inglese.
Un ventata di aria fresca per Phoenix e co. nel misterioso regno di Kuracoso, tra obiezioni e colpi di scena. Consigliatissima per i fan della serie, un po’ meno per i nuovi arrivati.

 

RetroGamer incallito fin dall’infanzia, cresciuto sotto l’ala protettrice dei migliori platform dell’era 16-32bit. Massimo esperto della trilogia PS1 di Spyro, i suoi altri interessi comprendono i cartoni animati, fumetti e disegnare. Il suo compito su Nintendoomed è l’ardua gestione dei social, offrendo i migliori memini freschi sulla piazza, senza rinnegare al contempo la stesura qualche articolo quando necessario.
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Autore: Salvatore "Sal" Salerno

RetroGamer incallito fin dall'infanzia, cresciuto sotto l'ala protettrice dei migliori platform dell'era 16-32bit. Massimo esperto della trilogia PS1 di Spyro, i suoi altri interessi comprendono i cartoni animati, fumetti e disegnare. Il suo compito su Nintendoomed è l'ardua gestione dei social, offrendo i migliori memini freschi sulla piazza, senza rinnegare al contempo la stesura qualche articolo quando necessario. Lo trovate anche su Twitter e Instagram