27 settembre 2018 • Recensione

Labyrinth of Refrain: Coven of Dusk (Nintendo Switch) – RECENSIONE

Ormai non dovrebbe stupire nessuno che Nintendo Switch sia diventata una seconda casa per tutti gli appassionati dei giochi di ruolo giapponesi. In meno di due anni la console può già far vanto di un vasto catalogo di produzioni appartenenti al genere, a cominciare dagli sforzi compiuti dalla stessa Nintendo con il suo Xenoblade Chronicles 2 fino a quelli di publisher di terze parti storicamente associati alle piattaforme Sony come Nippon Ichi Software, altresì detta NIS. Grazie a ciò abbiamo potuto mettere le mani sulla loro ultima fatica per la piattaforma ibrida, Labyrinth of Refrain: Coven of Dusk, un dungeon crawler misto a una visual novel. A onor del vero, come avranno notato i più attenti, questo gioco non è propriamente “nuovo”, bensì è una riproposizione dell’originale pubblicato inizialmente su PlayStation Vita esclusivamente in Giappone nel 2016. Ad ogni modo, bando alle ciance e passiamo subito a parlare del gioco!

Una strega da prendere a sberle

L’inizio di Labyrinth of Refrain non è sicuramente dei migliori, soprattutto per chi si avvicina per la prima volta ad un prodotto della casa di Disgaea. Nei primi momenti di gioco ci vengono presentate le due protagoniste: la strega Baba Yaga, anche detta Dronya, e la sua piccola assistente Luca, intente a conquistare il labirinto presente nella cittadina di Refrain e impossessarsi di tutte le ricchezze custodite. L’impresa è molto ardua, poiché fino ad oggi solo un essere umano è riuscito a uscire vivo dal dungeon. Perciò, per cautelarsi le due giovani decidono di utilizzare delle bambole che vivono nel Tractatus de Monstrum, un libro senziente. Queste ultime sono state create proprio dalla piccola Luca e sono in grado di animarsi nei meandri ricolmi di mana. Ed è qui che abbiamo la prima sorpresa del gioco: noi giocatori rivestiremo i panni del suddetto libro, rendendo le due ragazze dei personaggi di supporto per la nostra esplorazione. Sarà prassi imbattersi in ostacoli come zone avvelenate o popolate da esseri dal linguaggio incomprensibile, situazioni che renderanno essenziale l’aiuto della strega per proseguire. Quest’ultima non ci seguirà nel corso della missione, ma si limiterà a risolvere i nostri problemi dopo averglieli riferiti al nostro ritorno in superficie.

Sembrerebbe insomma tutto rose e fiori, se non fosse che ci ritroveremo ad assecondare i voleri della strega. Sin dai primi momenti Dronya, infatti, non risulta essere un personaggio con cui il giocatore può empatizzare, per via di… alcune sue azioni, che rendono anche il rapporto con la sua piccola assistente reminiscente della sindrome di Stoccolma. Si tratta nel complesso di una scelta di sceneggiatura interessante, dato che pone i giocatori in una situazione anomala, ma che d’altro canto può facilmente stancare a partire dalle sue fasi iniziali. La trama fortunatamente non è tutta così, ma è comunque giusto preparare i giocatori a quello che li aspetterà, seguendo il famoso detto “non giudicare un libro dalla copertina”. Scusate, dovevo.

Avanti e indietro, e ancora avanti e ancora indietro

Passando invece al vero fulcro del gioco, ovvero l’esplorazione del labirinto, l’approccio proposto da Labyrinth of Refrain è decisamente molto più accattivante. A differenza di altri GDR più guidati, in Coven of Dusk la creazione del party (qui chiamato, appunto, Coven) dipende solo ed esclusivamente da noi. Potremo infatti utilizzare dei materiali offertici da Dronya o Luca, trovati nei labirinti o acquistati nei negozi per costruire nuove bambole, creando così dei nostri avventurieri, ciascuno con un proprio stile di combattimento. Allo stesso modo in cui le possiamo creare, però, le bambole vanno anche riparate all’occorrenza. I fantocci avventurieri possono essere infatti soggetti ai danni inflitti dai nemici, i quali sono in grado di tagliar loro un arto o ridurne le statistiche, costringendoci così a un ritorno anticipato in superficie.

Altra particolarità offerta dalle bambole risiede nel sistema delle classi, che  si ispira in special modo ai vecchi capitoli di Final Fantasy. Ne sono presenti sei, ciascuna con i suoi pro e contro, tra cui scegliere per creare a nostro piacimento un personaggio da utilizzare per l’esplorazione del dungeon. Tra queste figurano i soliti guerrieri, maghi e danzatori, ma anche classi meno comuni come i cacciatori. In qualsiasi momento potremo decidere di scartare il team da noi formato, metterlo in panchina o provarne un altro di nostro gradimento. Le combinazioni che si possono fare non sono tantissime in termini di varietà vista la dimensione del party, ma alternarsi tra squadre diverse, magari utilizzandole in base al piano del dungeon in cui ci si trova, può agevolare non di poco il proseguimento della nostra avventura.

I dungeon non sono generati proceduralmente, ma seguono un layout ben preciso, all’interno del quale a ogni nostro arrivo cambia solo la disposizione del mana presente. Proprio quest’ultimo è fondamentale per il proseguimento della missione, in quanto si tratta di un elemento essenziale per consentire a Dronya di dare vita a nuovi espedienti magici che risolvano i nostri problemi. La nota dolente di Labyrinth of Refrain, però, risiede proprio nella struttura interna della produzione. Il sistema di crescita dei personaggi e più in generale quanto offerto dal battle system viene introdotto e illustrato fin troppo nel dettaglio, cosa che, unita alla ripetitività dell’esplorazione del dungeon, rende il gameplay digeribile esclusivamente agli appassionati del genere. I neofiti, invece, avranno difficoltà a mantenere alto l’interesse per il titolo. D’altra parte, è ovvio, in un dungeon crawler è normale esplorare decine di piani ciascuno simile al precedente, ma in Labyrinth of Refrain i singoli livelli risultano troppo dispersivi. Il risultato che si ha è quindi un’esperienza che può stancare velocemente, senza contare i numerosi incontri casuali che rallentano ulteriormente l’azione.

Per concludere…

Labyrinth of Refrain non è sicuramente uno degli esponenti migliori del genere, dato che la proposta del gioco è alquanto basilare e a tratti noiosa. La creazione di un proprio party è sicuramente interessante, ma purtroppo l’intero gioco ci mette un po’ prima di ingranare, offrendoci un inizio decisamente lento che però migliora leggermente nelle fasi più avanzate del gioco. L’arrivo su Nintendo Switch si rivela comunque un’ottima accoppiata, soprattutto viste le origini “portatili” del titolo e il suo splendido stile grafico che risalta sullo schermo della console, ma non riesce a rendere l’esperienza finale qualcosa di veramente interessante, anche per un pubblico che magari proveniva da altri dungeon crawler simili come Etrian Odyssey o la serie Mystery Dungeon.

BAAAH/10

  • Sistema di classi interessante…
  • Delizioso graficamente.
  • …ma tedioso da apprendere.
  • Pochi spunti per tornare ad esplorare.
Un dungeon crawler simpatico, che riesce però poco a stupire. Consigliato ai fanatici del genere.
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Videogiocatore incallito, a volte si scorda di essere il capo di Nintendoomed, nonché l’addetto alle pubbliche relazioni del sito. Quando non ha nulla da fare si occupa di progetti pazzi o di recuperare giochi e console vecchie, le quali ovviamente non toccherà mai. Per due volte ha trollato l’internet, ma queste sono altre storie che non andranno mai raccontate. Lo trovate anche su Facebook e Twitter (anche se quest’ultimo non lo usa mai).

Autore: Filippo "Flippoh" Corso

Videogiocatore incallito, a volte si scorda di essere il capo di Nintendoomed, nonché l'addetto alle pubbliche relazioni del sito. Quando non ha nulla da fare si occupa di progetti pazzi o di recuperare giochi e console vecchie, le quali ovviamente non toccherà mai. Per due volte ha trollato l'internet, ma queste sono altre storie che non andranno mai raccontate. Lo trovate anche su Facebook e Twitter (anche se quest'ultimo non lo usa mai).