21 Dicembre 2019 • Editoriale

I giochi del decennio dal 2010 al 2019 secondo la redazione

Per festeggiare la fine di questi ultimi incredibili anni pieni di alti e bassi, la redazione di Nintendoomed ha stilato una classifica dei migliori giochi del decennio. Tuttavia, com’è giusto fare, è bene delineare alcune premesse su cosa questa top rappresenti e come è stata fatta.

È bene cominciare precisando che questa non si tratta di una classifica ordinata ma procederemo dal gioco più vecchio al più recente. Inoltre, questa non vuole essere una classifica oggettiva al 100%, scritta sulle tavole della legge. Si tratta infatti di un elenco che riporta quelli che, secondo la nostra opinione (sì, col grassetto), sono stati i giochi più rappresentanti, innovativi e generalmente piacevoli di questo decennio.

Per scegliere questa lista, ciascuno di noi ha nominato un numero a scelta di titoli che abbiamo poi scrutinato e selezionato. A stilare questa classifica siamo stati: il sottoscritto Dr Love, Flippoh, Spiky, Andre4102, Comemichiamo e Phoenny. Se non vedete il vostro gioco preferito, non temete, siamo sicuri che o lo abbiamo apprezzato comunque o non abbiamo avuto occasione di giocarlo!

Prima di procedere ulteriormente, vogliamo però pubblicare la lista dei giochi che sono stati nominati ma purtroppo, per un motivo o per l’altro, non sono entrati nella classifica finale:

  • VVVVVV (2010, Terry Cavanagh / Nicalis)
  • Alan Wake (2010, Remedy Entertainment / Microsoft Studios)
  • Portal 2 (2011, Valve)
  • Ultimate Marvel vs. Capcom 3 (2011, Capcom / Eighting)
  • Skullgirls (2012, Revenge Labs / M2)
  • Forza Horizon (2012, Playground Games / Microsoft Studios)
  • Hotline Miami (2012, Dennaton Games / Abstraction)
  • Bioshock Infinite (2013, Irrational Games / 2K Games)
  • P.T. (2014, Kojima Productions / Konami)
  • Sid Meier’s Civilization VI (2016, Firaxis Games / Aspyr)
  • Stardew Valley (2016, ConcernedApe / Chucklefish)
  • Yakuza Kiwami (2016, Ryu Ga Gotoku Studio / SEGA / Deep Silver)
  • Cuphead (2017, Studio MDHR)
  • Dragon Quest XI: Echi di un’era perduta (2017, Square Enix / Toylogic)
  • Spyro Reignited Trilogy (2018, Toys for Bob / Activision)
  • Tetris Effect (2018, Resonair / Monstars)
  • Dragon Ball FighterZ (2018, Arc System Works / Bandai Namco)

Tutti ottimi titoli che per poco non hanno passato la nostra selezione ma che hanno comunque reso il nostro decennio un periodo migliore. Detto questo, vi auguriamo una buona lettura con le prossime pagine e speriamo che possiate apprezzare il lavoro da noi svolto. Perciò, si dia il via alle danze!

2010: l’anno in cui due colossi hanno messo a confronto i propri ideali

Quando si dice cominciare con un botto. L’inizio del decennio per molti potrebbe venire associato ai disperati tentativi di Sony e Microsoft di inseguire il successo di Nintendo Wii, così come la stessa casa di Mario provava ad inseguire le funzionalità della PlayStation Portable con il suo Nintendo DSi, ma sarebbe troppo riduttivo. Il 2010 è stato un anno importante, soprattutto per gli utenti Nintendo e i fan dei giochi di ruolo. Da un lato, la quinta generazione di un brand storico, desideroso di guardare al futuro. Dall’altro, il banco di prova definitivo di uno studio ingiustamente snobbato, sia dai suoi vecchi (Namco) e nuovi (Nintendo) datori di lavoro. Noi europei dovremo aspettare il 2011 prima di poterli provare con mano, ma mai così tanta attesa fu ripagata.

Pokémon Versione Bianca e Pokémon Versione Nera (Game Freak, Nintendo DS)

Metrò Lotta Pokémon Nero e Bianco
Scusate l’illusione ottica data dalle linee cinetiche di questa immagine.

Comemichiamo: Pokémon Bianco e Nero (o Nero e Bianco, ufficialmente, ma io preferisco Bianco e Nero, denunciatemi) sono davvero una bestia strana nella serie dei tascamostri. Per certi versi sono stati i primi in molte cose: i primi con una regione non basata sul Giappone, i primi ad essere tradotti direttamente dal giapponese in tutte le lingue, i primi e finora unici in cui anche il nome della regione è stato tradotto (“che Unovità”, scherzava NRU). Sono stati anche gli ultimi a usare sprite bidimensionali, gli ultimi ad avere uno starter Fuoco/Lotta, ma anche i primi a sperimentare di più con le combinazioni di tipi, cosa che, che vi piaccia o no, Game Freak continua a fare ancora oggi: sono di Unima il primo Pokémon Fuoco/Spettro e il primo Acqua/Spettro.

Ma soprattutto hanno fatto una cosa che nessun gioco ha più avuto le Poké Balls di fare: 150 Pokémon completamente nuovi, e niente volti noti fino al post-game. Perfino i sequel hanno usato l’MT89 su questo aspetto. Indubbiamente genera molte controversie: io stesso sono un po’ combattuto, anche se vedere sempre gli stessi Geodude in ogni regione dopo un po’ stufa, alla fine che senso ha introdurre un Pokémon che ne è la copia esatta? (Seppur con una debolezza in meno). Dalla sesta gen in poi hanno preso la strada di introdurre meno Pokémon (70/80 per generazione, invece dei 100 e passa delle prime 5) e bilanciarli di più con quelli vecchi all’interno del gioco (forse troppo bilanciati ultimamente, am I right? *si allarga il colletto*).

Nonostante ciò, nessuno può non ammirare i rischi che si sono presi Nero e Bianco, e perfino io, che ho rigiocato Nero di recente, sebbene all’epoca non mi fosse piaciuta molto la tavolozza spenta e grigia di Unima, paragonata ai mille colori di HGSS, ho provato una bella sensazione attraversando il ponte Charizard per arrivare a Libecciopoli. Non so spiegarmi, mi sembrava di aver viaggiato davvero. Aiuta il fatto che la regione è basata su New York, da sempre un crocevia di lingue e culture: ha del tutto senso, qui, incontrare allenatori che parlano lingue diverse, rispetto a un pirla a caso che senza motivo parla spagnolo a Evopoli. Questa è anche la regione in cui hanno fatto notare a Game Freak quanto dannatamente bianchi fossero i loro giochi e loro hanno iniziato a spolverarli di personaggi di colore (non senza qualche ingenuità iniziale, ne convengo). Per dire, Ace Attorney ancora non ci è arrivata a questo punto.

Uniche cose negative di questi due titoli? Le città hanno dei nomi completamente asettici e le confondo sempre una con l’altra (sarà per questo che hanno smesso di chiamarle con -poli?), la divisione in stagioni non ha nessun senso di esistere e i Superquattro hanno i tipi più fastidiosi e barbosi della storia. Ah ma vogliamo parlare di N che dice “fuck you” alla formula tipica di Pokémon e hijacka la sfida alla Lega? Che bomba regà.

Xenoblade Chronicles (Monolith Soft, Nintendo Wii)

Un’epica avventura sui corpi dei titani che riposano dall’alba dei tempi

Dr Love: Xenoblade Chronicles è uno di quei giochi che mi è così caro che nemmeno saprei da dove iniziare per analizzarlo. A maggior ragione, per evitare di tessere lodi immediatamente, direi di partire dal contesto.

Nel 2010, il panorama videoludico era molto diverso da quello odierno. Il genere dei jRPG, almeno per quanto riguarda il mercato mainstream, era dominato da titoli per la maggior parte sterili, pieni di stereotipi e con poca esplorazione. Monolith Soft, però, stava puntando su un obiettivo diverso e su una console che stava per finire il suo ciclo di vita.

Xenoblade Chronicles non si tratta di un titolo che cerca di innovare il genere stravolgendone i canoni ma, piuttosto, prende ciò che i fan di lunga data hanno sempre amato e offre nuova linfa vitale. Infatti, analizzandolo accuratamente, è davvero difficile trovare un aspetto di questo gioco che non si avvicini almeno all’eccellenza e questo è il suo punto di forza più grande.

Il gameplay, con il suo sistema di combattimento in tempo reale ispirato dai MMORPG è intuitivo a un livello superficiale ma allo stesso tempo profondo con la sua miriade di meccaniche e segreti. Tra queste, è doveroso menzionare le Visioni, meccanica unica nel suo genere che aggiunge un nuovo interessantissimo livello di strategia e si aggancia a un punto focale della trama.

Il mondo di gioco: vastissimo, originale, pieno di contenuti e che, con la giustapposizione dei due titani Bionis e Mechanis, magistralmente offre una sensazione peculiare di diversi sentimenti. Tre sono i sostantivi che userei per descrivere il magistrale world-building di Xenoblade Chronicles: imponenza, progresso e incombenza. Come i personaggi che ci accompagneranno nell’avventura, anche il mondo cresce man mano e l’ombra del nemico che costantemente sovrasta l’orizzonte ricorda perché siamo ancora in viaggio verso l’ignoto.

E, a proposito di personaggi, come non citare l’incredibile cast che compone questo titolo. Il protagonista Shulk è un esempio particolare di eroe nei jRPG: un ingegnere, un vero e proprio nerd non molto bravo con le persone. Altri esempi sono Reyn, amico d’infanzia di Shulk, o Melia, ragazza provenente da un altro popolo di Bionis, i quali hanno alcuni degli archi narrativi più interessanti del gioco. Tutte queste qualità e sfaccettature riescono a emergere grazie alla sceneggiatura: ottima, mai banale ed esemplare in punti fondamentali quali il foreshadowing e il saper sovvertire le aspettative. A questa vanno infine aggiunti un doppiaggio azzeccato e ben fatto e una cinematografia impeccabili.

Le varie cutscene e ambientazioni sono accompagnate da una colonna sonora meravigliosa e sempre azzeccata, che tocca quasi tutti i generi esistenti e su cui potrei stare ore a parlare. A questa si unisce lo stile artistico che prende spunto da elementi sia dal mondo orientale che da quello occidentale e utilizza a suo vantaggio la debole potenza di calcolo di Wii, creando una visuale mozzafiato nonostante le texture abbozzate e gli scarsi poligoni. E via discorrendo…

Detto ciò, concluderei questa lunga lode offrendovi una piccola metafora. Xenoblade Chronicles è armonia. Come un artista che mischia insieme varie note e timbri, Monolith Soft crea una sinfonia che non cerca mai di essere quello che non è e ha una sua identità. Nessuna nota è fuori luogo o devia dalla direzione principale e, nonostante non sia perfetta in tutto quello fa, l’insieme diventa maggiore della somma delle parti, offrendo un’esperienza a dir poco estatica.

Xenoblade Chronicles è un testamento a quello che i videogiochi possono essere come forma d’arte e uno dei titoli che definirei quanto di più vicino alla perfezione. Importante notare che anche i capitoli successivi, Xenoblade Chronicles X e Xenoblade Chronicles 2, raggiungono vette elevatissime, andando pure a migliorare alcuni aspetti dell’originale. Tuttavia, a mio modesto parere, nessuno di questi raggiunge un simile livello di equilibrio e pulizia e perciò reputo questo titolo, non solo il migliore della saga, ma uno dei migliori giochi del decennio.

2011: come insegna TETRIS, i blocchi sono la soluzione

Il 2011 è stato un anno davvero particolare, direi quasi di transizione. Nintendo Wii dava il suo canto del cigno con il già citato Xenoblade Chronicles. Veniva finalmente rilasciato Nintendo 3DS, console che ci ha regalato tanti giochi e remake come quello di Ocarina of Time. D’altro canto, gli RPG occidentali vedevano nuova luce con titoli del calibro di The Elder Scrolls V: Skyrim e Dark Souls. Ma se questi ultimi puntavano su un mondo vasto, pieno di segreti e storia, c’era un altro titolo che provava a fare lo stesso, ma con un approccio differente. Un gioco che ha influenzato le generazioni a venire con la sua semplicità e il suo essere fuori dagli schemi dei titoli tripla A.

Minecraft (Mojang, PC Windows)

Il classico look di Minecraft: paesaggi mozzafiato in grafica rigorosamente cubista

Dr Love: Parlare di Minecraft in retrospettiva è un po’ come cercare di scrivere un libro di storia. È difficile essere completamente imparziali, data la natura divisiva del gioco, ma bisogna provarci e prenderlo per quello che è veramente. Non nascondo assolutamente di adorare questo gioco ma, per il bene di questi paragrafi, torniamo un attimo indietro e analizziamo bene cosa abbiamo di fronte.

Mojang, al tempo dell’uscita di Minecraft, era una piccola azienda indie, capitanata da Markus Perrson, meglio conosciuto con il suo nickname Notch. Questi, ispirato da giochi quali Dwarf Fortress, Infiniminer e Dungeon Keeper, iniziò il suo nuovo progetto: un sandbox con elementi RPG-like ma basato sulla componente costruttiva a blocchi. Inutile dirlo, già all’uscita della versione Alpha nel 2009, il titolo fu un successo di critica e pubblico, entusiasti di questo innovativo prodotto. Ma a cosa è reputabile questo incredibile fenomeno? Diciamo che i punti di forza di Minecraft possono esser ricondotti a tre aspetti principali.

Per prima cosa, si tratta di un gioco semplice e intuitivo: chiunque può iniziare una partita nello stile che preferisce e immergersi subito. Nessun tutorial, nessuna trama rilevante, nessun NPC che ti guida. Tutto è rivolto solamente al gameplay: dinamico, accattivante e pieno zeppo di contenuti da scoprire. Sei tu che costruisci, esplori e immagini il tuo mondo.

In secondo luogo, riallacciandoci al paragrafo precedente, è un titolo dalle infinite possibilità. È vero che ora, dopo svariati aggiornamenti, ci sono molti più oggetti e modalità ma anche all’uscita, quando esistevano solo la modalità sopravvivenza e creativa, il gioco offriva un’esperienza di libertà come nessun’altra sul mercato. Che tu sia un giocatore casual o un o più navigato ed esperto, ce n’è davvero per tutti.

Come ultimo punto, in un mondo in cui la tecnologia cresce a vista d’occhio e la gara per superare la concorrenza è sempre più spietata, Minecraft ha dimostrato per l’ennesima volta a tutti quanti che non serve nessuna sfarzosa grafica o un reparto tecnico da urlo per creare qualcosa di accattivante. Prendendo un suo limite come un punto di forza, poiché Notch è un pazzo e sviluppò il gioco in Java, Minecraft è riuscito a creare un art style immediatamente riconoscibile e alcune delle icone più famose dei videogiochi: un esempio lampante, i Creeper.

Al giorno d’oggi Minecraft è il titolo più venduto della storia, con più di 180 milioni di copie e con un impatto culturale paragonabile solamente a franchise quali Pokémon e Super Mario. E le ragioni sono chiare. L’opera di Mojang è una delle rappresentazioni più pure dei videogiochi come divertimento fine a se stesso. È facile fare ironia spicciola su un titolo simile, dopo che sono passati così tanti anni, dopo che il gioco ha ricevuto così tanti aggiornamenti che han quasi, oserei dire, snaturato il concetto iniziale e dopo che migliaia di ragazzini han fatto parodie, mod assurde e altri pezzi di intrattenimento di qualità spesso discutibili. Ma, per quel che riguarda il prodotto vero e proprio, ci troviamo davanti a un capolavoro non canonico.

Per concludere con una nota personale e più sentimentale, Minecraft ha fatto riscoprire com’era essere bambini a noi giovani adulti di oggi e adolescenti di allora. Ancora adesso non è raro ritrovarsi su Discord e chiedere “Raga ma un server ce lo facciamo?” perché l’appeal di un gioco simile è immortale. Che si ami o si odi, Minecraft è uno dei giochi più influenti e interessanti degli ultimi anni e, dal mio conto, non ho problemi a chiamarlo uno dei migliori titoli di questo decennio che sta per terminare.

Continua nella seconda pagina.

Non sono una persona vera, quindi non ho nulla di spiritoso ed irriverente da scrivere qui 🙁

Autore: Staff

Non sono una persona vera, quindi non ho nulla di spiritoso ed irriverente da scrivere qui :(