Famicom Detective Club: un’infarinatura generale

8 min.
04.05.2021
Editoriale


17 febbraio 2021: dopo mesi e mesi di silenzio stampa, saltuariamente interrotto da annunci minori, Nintendo, finalmente, torna a rilasciare un Nintendo Direct vero e proprio. Inevitabilmente il risultato è stato controverso, lasciando molti delusi e altrettanti, se non soddisfatti, almeno rassicurati e speranzosi per un ritorno stabile degli annunci periodici tramite questo apprezzatissimo formato.
Che le aspettative siano state soddisfatte o meno non è però l’argomento di questo articolo: quello che conta è, infatti, che durante questo Direct, tra i vari annunci, ce n’è stato anche uno molto particolare e inaspettato, ossia “Famicom Detective Club: The Missing Heir & Famicom Detective Club: The Girl Who Stands Behind” (d’ora in poi abbreviato in FDC).

Un titolo molto lungo, che però ha un suo senso: di fatto, si tratta di una compilation di entrambi i titoli della serie “Famicom Detective Club” usciti, appunto, su Famicom, ossia NES, e solo in Giappone. “The Missing Heir” è il primo, mentre “The Girl Who Stands Behind” il secondo, benché di fatto si tratti di un prequel. Quelli in arrivo su Nintendo Switch il prossimo 14 maggio, però, non sono certo dei porting degli originali, bensì dei remake realizzati da MAGES, e sanciscono anche la prima volta che questa serie riesce ad arrivare anche in Occidente.
L’unica “fregatura”, se proprio vogliamo considerarla tale, è che purtroppo non sarà possibile acquistare i due titoli separatamente… e in realtà anche la mancata localizzazione italiana non aiuta. Certo, l’inglese renderà senz’altro i giochi più accessibili del giapponese, ma diciamo che nel caso di giochi fortemente basati sul testo e la narrazione questo potrebbe essere un problema per i meno avvezzi a leggere in lingua.

Fin qui mi state seguendo? Forse sì, forse no… anzi, probabilmente no, se non avete mai sentito parlare di questi giochi, o peggio ancora del loro genere. Sono qui per questo, per fortuna, ossia per parlarvi un po’ di FDC, di che tipo di prodotto aspettarvi e di chi c’è dietro a vari aspetti di questo titolo, sia a livello creativo che di influenze. Un’infarinatura primaria, insomma, che potrete scegliere di approfondire con il gioco stesso, oppure no: il mio scopo è permettere a tutti di fare una scelta consapevole, dato che ahimè a livello di promozione devo dire che non si sta facendo quanto servirebbe per un titolo così di nicchia in Occidente, e magari aiutarlo a vendere un po’ di più.
Cominciamo quindi dalla questione più spinosa: di che genere è Famicom Detective Club? E perché non ho ancora usato le parole “visual novel” dopo aver già scritto così tanto?

Più di 1000 parole? Dev’essere una visual novel!

Benché in Giappone i videogiochi fortemente basati sul testo e sulla narrativa esistano da tempo immemore e costituiscano un genere come un altro, per quanto riguarda l’Occidente questo tipo di titoli costituiscono senz’altro una nicchia molto più ristretta, e lo facevano a maggior ragione alcuni anni fa, quando a essere localizzati erano solo pochissimi titoli, e spesso molto diversi tra loro.
Non si può dire che mancassero comunque le possibilità, tra fantranslation e let’s play testuali, ma di certo era una differenza notevole rispetto a, non so, aprire l’eShop e scaricarsi Steins;Gate Elite.

Famicom Detective Club
Detto questo, se non ci avete ancora giocato, potrebbe essere un ottimo momento per farlo.

Di conseguenza, non sorprende che si siano diffusi molti fraintendimenti e generalizzazioni: molte persone si sono trovate prima a sentire parlare di “visual novel” e poi a dover cercare di capire di cosa si trattasse. Si è arrivati molto presto, dunque, a considerare qualsiasi gioco in cui il testo e la lettura fossero fortemente preponderanti, mentre il gameplay fosse se non assente quanto meno limitato a delle scelte più o meno influenti, una “visual novel”.

Personalmente, non sono del tutto contro questa generalizzazione: trovo che i “generi” siano semplicemente delle etichette che mettiamo a qualcosa per renderla più facilmente identificabile, senza bisogno di spendere numerose parole. È molto più facile dire che Super Mario Bros. è un platform 2D piuttosto che sproloquiare su come si tratti di “un gioco in cui controlli un personaggio che può muoversi avanti e indietro lungo uno scenario bidimensionale, saltare su piattaforme e ottenere potenziamenti allo scopo di arrivare alla fine del livello senza essere sconfitto dai nemici o cadere”, quindi non c’è niente di male a farlo anche in questo caso.
Se vi dicessi che FDC è una visual novel, starei tecnicamente commettendo un errore, però quanto meno capireste che vi dovete aspettare un gioco ricco di testo e il cui gameplay è ridotto all’osso, e sarebbe parzialmente corretto (ma non del tutto. Ci torneremo dopo). Resta il fatto che quanto meno avreste già un’idea, né più né meno di quanto potreste capire se vi dicessi che Fire Emblem è un RPG senza specificarne il sottogenere strategico.

È inevitabile, però, che questa vaghezza causi tutta una serie di problemi di classificazione. Se l’unico requisito è davvero l’abbondanza di testo, allora molti JRPG finirebbero per diventare visual novel, per non parlare del fatto che paragonare Life is Strange a Clannad non può che suonare strano ai più (eppure entrambi si basano principalmente sulla narrazione e la trama).
Se vogliamo essere un po’ più corretti, dunque, Famicom Detective Club è un “adventure game” giapponese, e non una visual novel (un sottogenere degli adventure game, in realtà), ossia un gioco con una forte componente testuale in cui è però importante anche, se non maggiormente, l’interazione del giocatore.

Il Club degli avventurosi detective

La concezione giapponese del genere

Benché questo discorso (affrontato tra l’altro solo brevemente in questo articolo) riguardi principalmente una classificazione giapponese (come ho anticipato, per un pubblico inglese “visual novel” sarebbe un termine ombrello più che sufficiente), va in realtà tenuto conto che spesso in Giappone un genere videoludico è visto in modo molto diverso e meno “oggettivo” che da noi.

Non è affatto raro che i generi siano usati dagli autori per esprimere particolarità del proprio titolo, arrivando anche a casi che a noi sembrano quasi assurdi, come la serie di Tales of, in cui ogni capitolo ha un proprio genere (con nomi come “Discovering the Meaning of Life RPG”). Esso è dunque spesso una scelta artistica, né più né meno del titolo stesso dell’opera.

Fondamentale in un adventure game (genere che i giocatori giapponesi tendono ad abbreviare in “ADV”) è quindi la presenza di un’effettiva interazione da parte del giocatore, che però non avviene tanto tramite selezione di frasi (un po’ come nelle normali scelte di dialogo di una visual novel qualsiasi), quanto piuttosto di “azioni”, sotto forma di comandi come “parla”, “spostati”, “mostra” o quant’altro.
Chi conosce la serie di Ace Attorney avrà già capito, ma anche per tutti gli altri dovrebbe ormai essere chiara la differenza: un ADV si concentra sulla scelta di comandi e azioni per risolvere misteri o enigmi (o, in generale, avanzare la storia verso la “risposta corretta”), mentre un novel game (nome in realtà più corretto, che corrisponde grossomodo al nostro concetto di visual novel) è focalizzato soprattutto sulla narrazione, e le scelte riguardano solitamente opzioni di dialogo o, comunque, delle possibilità più determinate e che, in diversi casi, influenzano la prosecuzione della storia, ad esempio portando a una route piuttosto che un’altra.

Un ADV non è dunque molto diverso da un’avventura grafica occidentale nel suo concetto base, benché anche solo a livello stilistico queste due declinazioni dello stesso genere tendano spesso a divergere molto: un Maniac Mansion ci mostra solitamente il protagonista all’interno di uno spazio in cui può muoversi, presentando quindi una visuale in terza persona, mentre lo stesso FDC rende noi stessi protagonisti, con una visuale in prima persona, uno sfondo che rappresenta l’ambientazione (eventualmente esaminabile) e portrait dei personaggi con cui possiamo interagire e dialogare. La centralità della deduzione del giocatore resta però la stessa, mentre il raccontare una storia passa leggermente in secondo piano. Si tratta insomma senz’altro della branca più puramente ludica di questo genere.

Tutto questo per giungere a una prima risposta alla domanda principale che sicuramente molti di voi, nei mesi dall’annuncio a oggi, vi sarete posti: “può veramente interessarmi Famicom Detective Club?”. Se siete amanti dei titoli con molto testo (che siano ADV o VN), se vi piacciono i giochi che mettono alla prova le vostre capacità deduttive (l’esempio più semplice è sicuramente il già citato Ace Attorney), o anche solo se vi piace il genere giallo/mystery in questo e altri media, allora la risposta è “sicuramente sì!”. La costante interazione con l’investigazione da parte del giocatore rende di certo il gioco più appetibile anche a chi non apprezza o non si sente attratto dalla prospettiva di limitarsi a leggere per ore e ore, e per questo è sicuramente adatto a un pubblico più ampio delle (vere) visual novel.

Satellaview, Smash, Metroid, WarioWare…

Ora che abbiamo posto le basi necessarie, andiamo a guardare più da vicino la serie di Famicom Detective Club in particolare.
Il primo capitolo, “The Missing Heir”, è uscito originariamente in Giappone nel 1988 su Famicom Disk System (di cui abbiamo parlato anni fa relativamente a un altro, particolarissimo adventure game). In esso, il nostro protagonista, colpito da amnesia, si trova alle prese con il misterioso caso dell’omicidio di un rampollo della famiglia Ayashiro.
L’anno successivo fu invece il turno di “The Girl Who Stands Behind”, che di fatto costituisce un prequel del titolo precedente. Questa volta il mistero riguarda la morte della fondatrice del “Detective Club” del titolo, Yoko, ma anche la sparizione dei genitori del protagonista, il tutto condito da un po’ di circostanze apparentemente soprannaturali che coinvolgono la scuola superiore Ushimitsu (perché un po’ di horror ad ambientazione scolastica sappiamo bene che non fa mai male).

Tutti rivolti al terzo titolo per Satellaview. Speriamo non per sempre.

In realtà, la serie non si limita a questi due titoli, ma si tratta invece di una trilogia. Il terzo gioco, “BS Detective Club: Lost Memories in the Snow”, è, come intuibile dal nome, un’esclusiva Satellaview, e come quasi sempre capita in questo caso, è l’ennesimo gioco praticamente perso per via della particolare natura di questo sistema.
Dato che non voglio pensare che Nintendo abbia smarrito ogni dato relativo al gioco, c’è la possibilità che il più elusivo tra questi capitoli ottenga un remake a parte per il futuro, soprattutto se questi primi due dovessero vendere bene. Penso che farebbe felici anche molti fan giapponesi, dato che pure per i più giovani tra loro si tratta di niente più che un miraggio. Sarebbe senz’altro crudele lasciarci per sempre a chiederci che misteri ci aspetterebbero in mezzo alla neve del titolo, no?

Conclusasi la trilogia, passano gli anni, i giochi non arrivano in Occidente, ma noi ci entriamo in contatto comunque grazie a un trofeo in Super Smash Bros. Melee dedicato ad Ayumi Tachibana, quella che potremmo definire l’eroina della serie e assistente del protagonista in entrambi i titoli (nonché protagonista del terzo). A dirla tutta, sappiamo che per un po’ di tempo Ayumi era stata presa in considerazione proprio come personaggio giocabile. Chissà se FDC avrebbe raggiunto una popolarità maggiore anche da noi, sappiamo bene che i lottatori di Smash portano un grande interesse ai loro giochi di provenienza! Magari per l’uscita del remake, il prossimo DLC potrebbe essere…

Parlando più in particolare invece delle persone dietro ai giochi, alla scrittura troviamo un nome che forse conoscerete, Yoshio Sakamoto. Si tratta, per intenderci, di un nome associato principalmente a Metroid: dopo la parentesi di FDC si è infatti occupato della scrittura di alcuni dei titoli della serie, tra cui spiccano senz’altro Super Metroid e Metroid Fusion, nonché Metroid: Other M, ed è anche stato il producer di Metroid: Samus Returns. A lui dobbiamo anche alcuni WarioWare (come Touched! o Smooth Moves), Rhythm Paradise e Tomodachi Collection/Life
Insomma, una personalità eclettica, che spazia con evidente flessibilità da giochi più “seri” come Metroid a titoli più eccentrici e strani.
FDC si pone probabilmente più vicino al primo filone, ma non mi stupirebbero eventuali momenti in cui potremo notare la seconda “natura” della sua produzione emergere un po’, magari nella caratterizzazione di certi personaggi!

Famicom Cinema Italiano Club

Una forte e dichiarata ispirazione di FDC ci riguarda molto da vicino: si tratta infatti della produzione del regista romano Dario Argento, e in particolare del film “Profondo Rosso”, probabilmente uno dei suoi più famosi e amati. Se siete fan dei suoi film, avete un motivo in più per prendere in considerazione l’acquisto.

Un’ultima menzione notevole va infine fatta a Mages, compagnia videoludica conosciuta soprattutto per i propri adventure game e responsabile del remake in questione.
Benché, naturalmente, il grosso del merito vada al team originale, può essere rassicurante tenere in considerazione che a occuparsi di questo rifacimento non sono certo gli ultimi arrivati: Mages è senz’altro uno dei nomi più importanti del campo degli ADV, in particolare grazie a serie come Memories Off (che ancora spero di vedere arrivare in Occidente un giorno), Science Adventure (di cui fa parte Steins;Gate, per intenderci) e Corpse Party. Merito loro è anche la scrittura dello scenario di Bravely Default, il che dovrebbe essere un’ulteriore prova della loro versatilità e abilità con le storie di ogni genere.
Insomma, possiamo stare abbastanza tranquilli che la serie sia in buone mani!

Switch Detective Club

Penso che ormai sia abbastanza chiaro a tutti che cosa sia Famicom Detective Club, chi ci abbia lavorato e, in generale, che cosa aspettarsi.
Purtroppo, non avendo giocato all’originale né, tantomeno, al remake, non posso dirvi con certezza se e quanto questi due titoli siano ancora validi nel 2021, ma stiamo pur sempre parlando di un genere che, onestamente, fatica a invecchiare. I principali problemi, immagino, possono riguardare eventuali sezioni macchinose, che saranno sicuramente state migliorate, e il comparto tecnico, sicuramente datato.

Anche solo a livello grafico direi che promette benissimo!

Da questo punto di vista, però, il remake ha visibilmente fatto un ottimo lavoro. Basta dare un’occhiata a trailer e immagini per notare l’alta qualità del design dei personaggi e delle ambientazioni, illustrati e animati sapientemente. Come se non bastasse, il gioco sarà anche completamente doppiato in giapponese, e con nomi non da poco: vi basti sapere che il protagonista è doppiato da Megumi Ogata (penso che l’esperienza nel ruolo di Makoto Naegi in Danganronpa le sarà stata molto utile), Ayumi riprende la sua doppiatrice originale, Yuko Minaguchi, e tra gli altri personaggi minori troveremo anche nomi del calibro di Yū Kobayashi e Tomokazu Sugita. La qualità direi che è assicurata!

I motivi per avere fiducia nella buona riuscita di questo progetto ci sono insomma tutti, ora non ci resta che aspettare l’apertura delle indagini!