19 giugno 2018 • Recensione

Subsurface Circular (Nintendo Switch) – RECENSIONE

Ma Nintendo Switch sogna pecore elettriche?

Una perla che non mi aspettavo questo Subsurface Circular. Presentatomi dal nostro Filippo come “Paolone dai, è un gioco da 2 ore di longevità, su che riesci a recensirlo pure te”, non mi aspettavo un titolo che sarebbe andato sopra la soglia della sufficienza, soprattutto considerando che ultimamente ben poco riesce a stupirmi. Anzi, ben poco riesco a giocarmi, visto il pochissimo tempo a mia disposizione a causa dei nuovi ritmi di vita che hanno visto cambiare il mio ruolo nel sito con quello del social media manager. Ciò nonostante, posso già anticipare che questo Subsurface Circular prenderà il “funghetto bello” alla fine di questa recensione, non c’è bisogno che scrolliate fino a laggiù per saperlo. Ve lo risparmio perché in questi casi ci tengo a far capire bene le motivazioni che hanno portato a un verdetto positivo con tanta sicurezza, visto e considerato che parliamo di un gioco che rappresenta un genere collocato nel paleolitico del gaming.

 

 

C’era una volta l’avventura testuale

Già, avete letto bene: Subsurface Circular è un’avventura testuale. Non un’avventura grafica, no no, proprio un’avventura testuale. Siamo dalle parti dei primi giochi interattivi, comparsi negli anni ’70 e poi diventati ben presto “di nicchia” a causa degli evidenti limiti legati al genere. Insomma, la grafica non è tutto, ma qua si parlava, almeno all’epoca, di veri e propri muri di testo bianco su sfondo nero come unica interfaccia. Una sessione di Dungeons And Dragons ma senza amici e cibo spazzatura. Com’è quindi possibile che un genere così anacronostico abbia fatto capolino su Nintendo Switch? La risposta è molto semplice: una storia ben narrata, collocata nella giusta ambientazione e con il corretto grado di immersione nella trama può portare degli ottimi risultati anche in un gioco in cui si parla invece che correre, saltare, sparare. Lo hanno dimostrato sulle console Sony i titoli sviluppati da Quantic Dreams (Heavy Rain, Beyond: Two Souls e il recentissimo Detroit: Become Human, legato fortemente a Subsurface Circular per tematiche trattate), che, nonostante il limitato grado di interattività e la pesante etichetta di “film interattivi”, hanno riscosso un enorme successo tra critica e pubblico. Insomma, non è un segreto che oggi l’industria videoludica punti a raccontare, emozionare, coinvolgere e far riflettere i giocatori a dei livelli sicuramente superiori rispetto al passato: ecco perché anche un’avventura testuale come Subsurface Circular, che riduce ancor di più ai minimi termini il gameplay rispetto ai sopracitati titoli della Quantic Dreams, assume una dignità e un’attualità che soltanto Joycon alla mano è pienamente comprensibile.

Subsurface-Circular

L’inferno dei  bit

Mike Bithell, nomen omen direbbero i nostri antenati. Con un cognome del genere, il padre del già acclamato Thomas Was Alone (spoiler: troverete un easter egg in Subsuface Circular) non poteva che dare origine a un gioco in cui si recuperano le tematiche tanto care alla fantascienza più classica, quella della penna di Isaac Asimov per intenderci. Presa di coscienza dell’intelligenza virtuale, rapporto robot-umani, leggi comportamentali e relative eccezioni. C’è tutto quello che abbiamo letto nei racconti del padre della science-fiction in questo Subsurface Circular, ma anche un pizzico di atmosfera cupa alla Blade Runner. Se ci aggiungiamo anche la giusta dose di critica Marxista, ecco che quello che dovrebbe essere un giochino da 5€ e 2 ore di gameplay si trasforma in qualcosa di più di un’avventura testuale basata su un’indagine. Siamo dalle parti della letteratura di settore più che da quella dei videogiochi.

Subsurface-Circular-2

Cosa resta del gioco?

Poco o niente. Come avrete ormai capito, Subsurface Circular è 90% storia e 10% interazione. Il giocatore vestirà i panni di un robot detective che indagherà su una sparizione, contravvenendo a una delle leggi simil-asimoviane che pone dei limiti al suo libero arbitrio. Segnatevi bene il concetto di libero arbitrio, perché, senza fare spoiler, il finale sarà davvero interessante sotto questo punto di vista. Le indagini del nostro Poirot ferroso avvengono tramite un classico schema di dialogo. Il giocatore potrà scegliere tra alcuni blocchi di testo preselezionati per condurre i dialoghi con altri robot, ognuno dei quali svolge una e una sola mansione imposta “dall’alto” e si muove in quell’unità spaziale aristotelica che dà il nome al titolo, la metropolitana circolare, claustrofobica macchina di spostamento della forza lavoro che non può non strizzare l’occhio alla realtà dei milioni di lavoratori del mondo reale. Ogniqualvolta scopriremo un termine o un argomento chiave nelle nostre indagini, esso sarà salvato nell’apposito menu per poter essere poi riutilizzato successivamente in un altro dialogo, fino ad “estinguere la pista”. Figuratevi quindi queste parole chiave come degli oggetti riusabili conservati in un inventario e avrete un’idea del risicatissimo gameplay. Sul comparto tecnico c’è poco da dire. Ovviamente non siamo di fronte ad austeri blocchi di testo monocromatici: la metropolitana è viva nella sua opprimente ripetitività, scandita, fermata dopo fermata, dalla forte vibrazione dei joycon. Lo stile grafico è perfettamente azzeccato nella sua minimalità. Il design dei robot, pur mancanti di una faccia “perché gli umani si sentirebbero a disagio”, riesce pienamente nello scopo di dare una personalità ai tanti personaggi, complice l’ottima scrittura dei dialoghi che delinea un universo di automi vivo e pensante più di quanto, presumibilmente, gli umani del gioco possano soltanto immaginare.

Conclusioni

Subsurface Circular è un gioco atipico, almeno per quanto riguarda il mercato mainstream. Lasciatelo assolutamente perdere se mancate di sensibilità e pazienza, o se preferite l’azione alla trama. Ma se dopo aver letto questa recensione sono riuscito a mettervi addosso un pizzico di curiosità, non esitate a farlo vostro e a divorarvelo in una sessione.

 

LEGGILO/10

  • Narrazione eccellente
  • Atipico e fresco nonostante il genere antico
  • Gameplay pressoché inesistente: non adatto a tutti
  • Solo in lingua inglese

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Informatico umanista, come gli piace definirsi, passa la sua vita tra l’ufficio in cui si fa il mazzo per diventare un web developer dignitoso e le coccole alle sue quattro gatte meravigliose. Appassionato di tutte le arti, abbonato a tutti i concerti underground nel raggio di 100 km, non disdegna i videogiochi, ai quali ha da sempre dedicato praticamente ogni briciola del (poco) tempo non occupato da tutto il resto. Da grande vuole diventare shitposter professionista.
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Autore: Paolo "seemee" Simi

Informatico umanista, come gli piace definirsi, passa la sua vita tra l'ufficio in cui si fa il mazzo per diventare un web developer dignitoso e le coccole alle sue quattro gatte meravigliose. Appassionato di tutte le arti, abbonato a tutti i concerti underground nel raggio di 100 km, non disdegna i videogiochi, ai quali ha da sempre dedicato praticamente ogni briciola del (poco) tempo non occupato da tutto il resto. Da grande vuole diventare shitposter professionista. Lo trovate anche su Facebook, Twitter e Instagram. Facebook: https://m.facebook.com/profile.php?id=1168535986 Twitter: @paolo_seemee Instagram: @paolo_seemee