6 ottobre 2016 • Recensione

RECENSIONE – Poncho (Wii U eShop)

In un futuro molto lontano, tra quelli che una volta erano imponenti palazzi all’avanguardia, vaga da solo un robottino amnesico che, per distinguersi da un qualsiasi personaggio di sfondo, indossa un certo capo d’abbigliamento dal quale deriva il nome del gioco… Esatto, un fez-… Aspetta, no, ma che dico! Un PONCHO!

PONCHO è un gioco che stuzzicò la mia curiosità fin dal primo momento in cui vidi apparire quel robottino sulla pagina principale del Nintendo eShop, anche per via della sua somiglianza con FEZ, il gioco prodotto da Polytron. Somiglianza poi amplificata dal capo d’abbigliamento che battezza il titolo e dal fatto che anche questo gioco inizialmente si camuffa come un semplice platform 2D per poi dimostrare di essere più… profondo. Ma a differenza di FEZ, che cambia la prospettiva dei livelli per cambiare anche le carte in tavola, PONCHO utilizzerà l’abilità del robottino di potersi teletrasportare tra i tre strati di profondità dei livelli, risultando in un totale stravolgimento dello stile del gioco.

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Entrando più nello specifico, suddetto potere è la meccanica principale che fa brillare il gioco. A differenza di giochi come Shantae: Risky’s Revenge e Kirby: Triple Deluxe, non si tratta di un semplice cambio di zona che appaga l’occhio: non ci sono circostanze da aspettare né piattaforme da calpestare, il robottino cambia strato quando vuole! Con tale trovata, apprezzatissima dal sottoscritto, questo semplice platform 2D diventa effettivamente come un gioco a tre dimensioni, solo con l’asse Z limitata su tre binari. I livelli ovviamente sono pensati ad hoc, con zone che avranno necessariamente bisogno di questo potere per poter essere raggiunte e piccoli nascondigli da trovare per i completisti compulsivi più astuti. L’obbligatoria regola generale del far girare il level design intorno al potere del robottino è stata seguita egregiamente, con zone adatte a farsi una semplice passeggiata per ammirare l’ambientazione e altre che invece faranno riflettere un po’ di più, ma comunque senza far mai vagare il giocatore a vuoto per troppo a lungo.

Il gioco purtroppo non è tutto rose e fiori, nonostante l’alto tasso della variante “di ciliegio” di questi ultimi presente nei livelli. Sebbene il gioco cominci alla grande, con un inizio pieno di meccanismi e ostacoli da scoprire, purtroppo le novità finiscono in fretta e ci si ritrova abbastanza presto con in bocca quel gusto amaro di monotonia. “Abbastanza presto” però è relativo, considerando che il gioco è relativamente breve.

Tale brevità è pero bilanciata dal funzionamento delle succitate piattaforme, quelle che si teletrasportano come il robottino: capire come funzionano richiede molto tempo a causa della loro scarsa intuitività. Talmente scarsa che potrebbe portare alcuni giocatori a giocare “alla Dark Souls”, a suon di tentativi finché non azzeccano la sequenza di salti corretta. Proprio per questo si può rimanere totalmente bloccati. Un’altra nota dolente è il framerate che, nei momenti più concitati, calerà. Questi cali però sono abbastanza rari e comunque poco intensi, perciò alla fine dei conti non disturbano l’esperienza di gioco.

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Ci sono vari NPC da incontrare in giro che daranno vari indizi su cos’è successo al mondo.

Esploreremo dei livelli in cui potremo ammirare un delizioso profilo grafico in pixel-art. La grafica relativamente retro è una scelta presa in molti indie, vero, ma questo gioco riesce a farsi distinguere per la maggiore maestria nei disegni e anche grazie all’effetto 3D che danno naturalmente i tre strati di profondità. L’aspetto sonoro non è da meno, con una musica ambientale ben composta, a tratti chiptune, mai troppo pronunciata o invadente e che proprio per questo, insieme ai passi del robottino, fa sembrare di star davvero esplorando quella foresta, quella grotta, quella città abbandonata.

Invece la fase di debugging non deve essere stata delle più minuziose, considerando che è abbastanza facile rimanere bloccati in un loop di morti infinite. In particolare ciò può accadere se il nostro robottino cade in un burrone, durante delle fasi di gioco con delle piattaforme nere amovibili, rimanendo quindi costretti a tornare al menu principale per poi riselezionare il livello. Altre sbavature da segnalare sono legate al menu di pausa, che non evidenzia correttamente l’opzione selezionata, al sonoro (a volte l’altoparlante sinistro tende ad ammutolirsi e in altre situazioni la musica di sottofondo sparisce totalmente) e alla lingua (un paio di volte all’avvio, mi son ritrovato il gioco in lingua spagnola. Extraño, ¿eh?).

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Tolti questi difetti, PONCHO rimane comunque un titolo godibile, con una traduzione che risulta abbastanza decente che presenta solo pochi errori qua e là. A volte è però abbastanza palese che i traduttori (almeno quelli italiani) non sapessero di preciso cosa stessero traducendo.

2D… anzi 3D/10D

  • La meccanica principale del gioco è innovativa!
  • Una grafica che è la gioa per gli occhi dei fan dei pixel.
  • Una musica che sa davvero far immergere.
  • I bug son pochi ma sanno davvero essere fastidiosi. Extraño, sí.
  • La poca intuitività delle piattaforme che si teletrasportano può bloccare.
  • La trama ci prova troppo, lasciandoti poco e nulla.
PONCHO è un gioco che si salva più o meno per poco, a seconda dell’approccio del giocatore. È di certo un piccolo titolo con un grande potenziale… Purtroppo tale potenziale non è applicato nel migliore dei modi.

Autore: Salvatore "Mirax96" Mirabelli

La sua aspirazione rimarrà sempre quella di tradurre, ma viene spesso beccato in giro sul web a fare ogni volta qualcosa di diverso, ma sempre relativo ai videogiochi... Youtuber, Smasher... E ORA BAZZICA CON QUELLI DI NINTENDOOMED!?